Il PROCESSO CREATIVO

Una sensazione iniziale. Le città come palcoscenico

Le mie opere non nascono da un’immagine che voglio dipingere, ma da una sensazione, da ciò che osservo nelle persone e nel tempo in cui viviamo: la solitudine, l’incomunicabilità, la difficoltà del dialogo, una connessione tecnologica sempre più continua che non sempre riesce a trasformarsi in vicinanza. La città diventa il luogo dove tutto questo accade. Uno scenario reale e riconoscibile, che costruisco elemento dopo elemento, aggiungendo, eliminando o trasformando ciò che serve, per guidare lo sguardo e creare la giusta atmosfera. A quel punto può iniziare la tela.

La figura alata

La figura alata non ha un volto definito, non parla, ma attraversa la scena con la sua presenza e i suoi gesti. Non deve imporsi, deve essere scoperta: può confondersi tra le persone, rimanere ai margini, essere nascosta dalla luce o semplicemente sembrare appartenere a quel luogo. Le ali non raccontano qualcosa di religioso, ma qualcosa di profondamente umano: la possibilità del gesto.

Avvicinarsi, proteggere, ascoltare, accorgersi dell’altro. In questo spazio, profondamente nostro, nasce una domanda che da molti anni accompagna il mio lavoro: può essere che, quando meno ce lo aspettiamo, qualcosa o qualcuno ci venga in aiuto? Forse, qualche volta, possiamo essere noi stessi quella presenza per qualcun altro.

Il processo incontra la tela

Ogni opera nasce prima di esistere sulla tela. Parto da una sensazione e costruisco lentamente l’immagine che possa raccontarla: lo spazio, la luce, le figure, i gesti. Faccio bozzetti, provo soluzioni, cerco l’equilibrio tra realtà e ciò che voglio suggerire.
Spesso aggiungo elementi che nella realtà non esistono: un’insegna, un riflesso, un colore, un’automobile. L’obiettivo è che l’occhio entri nell’opera attraverso ciò che conosce, per poi accorgersi di ciò che, inizialmente, non aveva visto. Per me, dipingere è l’ultimo atto di questo processo.

Quando la realtà non basta più

Nei Voli sopra le Realtà il gesto diventa sostegno: una mano incontra l’altra, un corpo aiuta l’altro a sollevarsi oltre gli ostacoli. Il volo non è fuga né sogno, ma la possibilità di superare i limiti della realtà attraverso l’incontro.
Città e paesaggi diventano lo sfondo di questo dialogo silenzioso, dove l’uomo e l’angelo condividono lo stesso spazio e la stessa direzione. Un invito a guardare oltre, quando la realtà da sola non basta più.

Il pulviscolo finale

Il mio ultimo gesto sulla tela nasce da un’idea di Eugène Delacroix: «Bisogna sempre guastare un po’ un quadro per finirlo». Dopo aver terminato un dipinto, lasciavo cadere piccole gocce di colore molto liquido, come una sorta di benedizione finale.

Con il tempo, quelle gocce sono diventate un pulviscolo: prima sporco e denso nei luoghi del Petrolchimico di Marghera, poi pioggia nelle Venezie, infine un’atmosfera che può comparire ovunque, anche in una giornata d’estate. Oggi il pulviscolo crea profondità, rompe la precisione apparente della scena e introduce una piccola alterazione, qualcosa che la rende meno reale, quasi onirica.
È l’ultimo gesto. Poi l’opera non appartiene più soltanto a me. LE ORIGINI DEL PULVISCOLO In quegli anni dipingevo il Petrolchimico di Marghera. Il pulviscolo era lo sporco che impregnava quei luoghi. Sopra le briccole avevo dipinto un angelo. Attraversavo un momento difficile della mia vita e, nel mio intimo, speravo davvero che quell’angelo esistesse. È un’opera dalla quale non mi sono mai separato.
EPILOGO Forse quelle ali non appartengono soltanto alle figure che dipingo.
Forse, qualche volta, potremmo davvero provare a indossarle anche noi.